(ANS – Roma) – L’Istituto Storico Salesiano (ISS), nella sua collana “Studi” ha recentemente dato alle stampe un nuovo, del tutto peculiare, testo: “Salesiani in Terra Santa. Dall’opera di Don Belloni al Mandato Britannico” (1863-1920), il primo studio mai realizzato sugli inizi dei Salesiani in Terra Santa. “Un’opera innovativa sia per la prospettiva adottata, sia per l’approccio seguito, meritevole di ampia conoscenza nella nostra Congregazione” l’ha definito don Stanislaw Zimniak, Segretario di Coordinamento dell’ISS.
Il volume tratta dell’insediamento e dei primi trent’anni d’attività dei Salesiani in Terra Santa (1891-1920), basandosi su documenti archivistici in prevalenza inediti. L’approdo dei Figli e delle Figlie di Don Bosco avvenne in risposta all’invito del canonico patriarcale Don Antonio Belloni (1831-1903), che trent’anni prima aveva fondato un primo orfanotrofio cattolico a Betlemme e successivamente le case di Betgamal, Cremisan e Nazaret.
Col passare degli anni, la sua opera educativa e di beneficenza si sviluppò a tal punto da rendergli quasi impossibile gestirla convenientemente, mancandogli adeguate risorse finanziarie e di personale. Desiderando la continuazione di istituzioni di grande utilità per la diocesi gerosolimitana, ritenne necessario cederle a una solida Congregazione che perseguiva le sue stesse finalità, quella salesiana.
I Figli e le Figlie di Don Bosco, colta quest’inattesa opportunità, si trovarono ad affrontare molti e inattesi problemi: l’integrazione fra i 30 salesiani nuovi arrivati, tutti italiani meno uno, e i “belloniani” rimasti in minoranza; i pesanti debiti da estinguere; il contenzioso giuridico con il Patriarca Piavi circa il titolare delle proprietà (appartenevano al Patriarcato o a Don Belloni?).
La prudenza e la flessibilità del Beato Michele Rua, recatosi due volte in Terra Santa, fu determinante per superare i problemi più urgenti, anche con qualche compromesso.
Poi, la progressiva importanza assunta dalle opere salesiane palestinesi finì per attrarre l’interesse delle potenze europee, che iniziarono a contendersene la protezione religiosa. I Salesiani decisero di optare per l’Italia (1904) che però, nell’assumersi la tutela di quegl’istituti ed elargire i promessi aiuti finanziari, pretese che nelle case salesiane fosse prioritariamente insegnata la lingua della Penisola. Questo suscitò l’aspra reazione di alcuni confratelli di origine locale, contro quella che a loro giudizio era la sottomissione delle opere religiose palestinesi alla politica coloniale italiana.
Sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale, lo scontro, che era di carattere culturale, disciplinare e politico, salì di tono col trascorrere degli anni, rendendo conflittuale la vita comunitaria e inceppando l’azione educativa e assistenziale.
Nel 1920 don Paolo Albera, divenuto nel frattempo Rettor Maggiore, e don Pietro Ricaldone, pensarono di risolvere la dolorosa vicenda richiamando i “missionari” italiani a un più concreto impegno di “inculturazione”, allontanando i sacerdoti più turbolenti e trasferendone qualcuno in Italia, mentre altri furono accolti fra il clero del Patriarcato latino. Nonostante questo “scossone” e appena passata la guerra, le opere salesiane in Terra Santa ripresero le loro attività, e conobbero uno sviluppo notevole durante il successivo periodo del Mandato Britannico.
Il volume, opera dello storico Paolo Pieraccini – ricercatore con pubblicazioni sulla storia di Firenze e di Gerusalemme, sui cattolici di Terra Santa e su quelli di Cipro, sugli aspetti politico-diplomatici, giuridici, religiosi e archeologici del conflitto israelo-palestinese e sulla politica della Santa Sede e delle grandi potenze verso la Palestina – è attualmente disponibile in lingua italiana.
